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Fame nel mondo: il problema si può risolvere con l’agricoltura intensiva ecologica

pomI metodi tradizionali con cui viene svolta l’agricoltura e l’allevamento intensivo di bestiame non possono sfamare la popolazione mondiale; troppo cibo viene sprecato, troppo poco arriva nelle destinazioni che più ne hanno bisogno.

Non sono sostenibili, inquinano l’ambiente, sono responsabili della riduzione della biodiversità e provocano effetti tossici sulla salute degli esseri umani. Al fine di garantire una sicurezza alimentare per nove miliardi di persone previste nel 2050, ci sarà bisogno di un’intensificazione dell’agricoltura. Tuttavia, questo dovrà essere fatto nel modo più sostenibile ed ecologico possibile, applicandosi in maniera responsabile nei confronti dell’ambiente. Bisogna combinare l’uso intensivo con quello intelligente per poter trarre il massimo profitto e mantenere intatto l’ecosistema. Un processo quindi funzionale, in grado non solo di essere efficiente dal punto di vista ecologico, ma anche estremamente produttivo. A parlare in maniera esaustiva di questo argomento è stato il Professor Pablo Tittonel dell’Università di Wageningen, in Olanda. Nel suo discorso, intitolato Farming Systems Ecology. Towards ecological intensification of world agriculture (Verso l’intensificazione ecologica dell’agricoltura mondiale), Tittonel ha respinto la tesi secondo cui viene prodotto cibo sufficiente per tutti e il problema risiede unicamente nella sua distribuzione. In realtà il cibo non viene prodotto nelle aree in cui viene maggiormente necessitato, quindi non c’è bisogno di aumentare la produzione nei paesi occidentali, dove andrebbe solo buttato. Questa opzione non è sostenibile. Avviare processi di intensificazione intelligente dell’agricoltura nel sud del mondo porterebbe i paesi in via di sviluppo e quelli del terzo mondo a garantirsi il fabbisogno alimentare minimo.